Banche centrali e mercati: davvero ci aspettano nuovi rialzi dei tassi?
Data pubblicazione: 24 agosto 2026
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Cari lettori,
una delle domande più importanti per i mercati finanziari riguarda ancora una volta le banche centrali. Gli investitori continuano infatti a incorporare nei prezzi la possibilità di nuovi rialzi dei tassi di interesse in diverse grandi economie, ma i dati più recenti suggeriscono che questo scenario potrebbe non essere così scontato.
Gli analisti delle maggiori case di investimento stanno iniziando a considerare una possibilità differente: i tassi potrebbero essere già sufficientemente elevati per contenere l'inflazione senza rendere necessario un ulteriore significativo irrigidimento della politica monetaria.
Se questa interpretazione fosse corretta, il prossimo grande cambiamento potrebbe non essere rappresentato da nuovi rialzi, ma da una lunga fase di attesa seguita, una volta normalizzata l'inflazione, dai primi tagli.
Uno scenario di crescita economica ancora positiva e tassi stabili o progressivamente più bassi avrebbe conseguenze importanti sia per il mercato obbligazionario sia per quello azionario.
Fed e BCE: il mercato potrebbe essere troppo pessimista sui tassi
Nel corso del 2026 diversi fattori hanno spinto verso l'alto le aspettative sui tassi. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno provocato forti oscillazioni delle materie prime, mentre gli enormi investimenti destinati all'intelligenza artificiale hanno sostenuto la domanda di capitale. A questo si sono aggiunte politiche fiscali espansive in diverse economie.
La combinazione di questi elementi ha convinto gli investitori che le banche centrali avrebbero potuto mantenere una politica restrittiva più a lungo o addirittura tornare ad aumentare il costo del denaro.
Il quadro macroeconomico, tuttavia, sta iniziando a fornire indicazioni differenti.
Negli Stati Uniti, mercato del lavoro, consumi, settore immobiliare e inflazione hanno recentemente mostrato segnali meno robusti delle attese. Anche alcune stime sulla crescita economica americana sono state riviste al ribasso.
La Federal Reserve si trova quindi davanti a un equilibrio delicato: continuare a contrastare l'inflazione senza esercitare una pressione eccessiva su un'economia che comincia a mostrare qualche segnale di rallentamento.
In Europa la situazione appare leggermente differente. Alcuni indicatori economici hanno sorpreso positivamente, ma rimangono fragilità importanti, soprattutto in Germania. Anche in questo caso diventa difficile giustificare rialzi aggressivi dei tassi in assenza di nuove pressioni inflazionistiche.
La politica monetaria è forse già abbastanza restrittiva
Il punto centrale è capire quanto siano realmente restrittivi i tassi attuali. Negli Stati Uniti il costo del denaro si trova ormai intorno a livelli compatibili con una politica monetaria sostanzialmente neutrale. Nell'Eurozona e nel Regno Unito, invece, le condizioni monetarie possono essere considerate già moderatamente restrittive.
Questo significa che una nuova serie di rialzi potrebbe non essere necessaria. Gli analisti delle maggiori case di investimento considerano quindi plausibile uno scenario nel quale le principali banche centrali mantengano i tassi fermi ancora per qualche tempo, aspettando conferme sulla traiettoria dell'inflazione.
Successivamente, probabilmente nel 2027, il ciclo potrebbe cambiare direzione e aprire la strada ai primi tagli.
Un caso differente rimane il Giappone, dove la Bank of Japan sta invece gradualmente uscendo da decenni di politica monetaria ultra-accomodante. Anche in questo caso, tuttavia, la normalizzazione dovrebbe avvenire con prudenza e potrebbe fermarsi a livelli inferiori rispetto a quelli attualmente ipotizzati dal mercato.
2016 e 2019: quando le banche centrali sorpresero i mercati
La storia offre alcuni precedenti interessanti. Nel 2016 gli investitori si aspettavano quattro aumenti dei tassi da parte della Federal Reserve. Alla fine ne arrivò soltanto uno.
Nello stesso periodo la Bank of England adottò una politica più espansiva dopo la Brexit, mentre la BCE aumentò ulteriormente lo stimolo monetario.
Qualcosa di simile accadde nel 2019.
Il forte aumento dei rendimenti registrato alla fine del 2018 spinse la Federal Reserve a modificare rapidamente il proprio orientamento. I rialzi lasciarono spazio ai tagli dei tassi, mentre la BCE tornò a utilizzare il Quantitative Easing.
In entrambi i casi, una politica monetaria meno restrittiva rispetto alle attese contribuì a creare condizioni favorevoli per i mercati finanziari.
Il contesto attuale non è identico. Le valutazioni di molti asset sono oggi più elevate e gli investimenti legati all'intelligenza artificiale rappresentano una variabile che non esisteva nei precedenti cicli.
Ma il principio rimane interessante: ciò che conta per i mercati non è soltanto cosa fanno le banche centrali, ma soprattutto la differenza tra ciò che fanno e ciò che gli investitori avevano già incorporato nei prezzi.
Intelligenza artificiale: una nuova variabile per tassi e crescita
L'AI rappresenta una delle principali differenze rispetto ai precedenti cicli monetari.
Le grandi aziende tecnologiche stanno investendo enormi quantità di capitale in data center, semiconduttori, reti elettriche e capacità di calcolo.
Questi investimenti contribuiscono a sostenere la crescita economica, ma aumentano contemporaneamente la domanda di capitale.
Il boom degli investimenti nell'intelligenza artificiale potrebbe quindi mantenere una certa pressione sui rendimenti obbligazionari, soprattutto sulle scadenze più lunghe. Per le banche centrali nasce così un problema nuovo: un'economia sostenuta dagli investimenti tecnologici potrebbe continuare a crescere anche in presenza di tassi relativamente elevati.
L'evoluzione dell'AI capex diventa pertanto una variabile importante non soltanto per le azioni tecnologiche, ma anche per comprendere la futura direzione dei tassi di interesse.
Perché obbligazioni e duration tornano interessanti
Se i mercati stessero effettivamente incorporando troppi rialzi, il mercato obbligazionario potrebbe offrire opportunità interessanti.
Quando le aspettative sui tassi vengono riviste al ribasso, infatti, i rendimenti tendono a diminuire e i prezzi delle obbligazioni a salire.
Particolare attenzione può quindi essere rivolta alla duration, soprattutto nei mercati nei quali la politica monetaria appare già sufficientemente restrittiva.
I titoli di Stato europei di elevata qualità e alcune aree del mercato obbligazionario britannico possono beneficiare di uno scenario nel quale le banche centrali scelgano di mantenere i tassi invariati più a lungo prima di iniziare gradualmente a ridurli.
Naturalmente, la parte lunga delle curve richiede maggiore cautela. Deficit pubblici elevati, emissioni governative e investimenti infrastrutturali possono continuare a esercitare pressione sui rendimenti di lungo periodo.
Azioni: utili e tassi possono diventare due alleati
Lo stesso scenario potrebbe essere favorevole anche per il mercato azionario. Il valore delle aziende dipende principalmente da due grandi fattori: la capacità di generare utili e flussi di cassa e il tasso utilizzato dagli investitori per attribuire oggi un valore a quei risultati futuri.
Se gli utili continuano a crescere mentre i tassi smettono di salire o iniziano gradualmente a diminuire, entrambi questi elementi possono muoversi nella stessa direzione.
È proprio questa combinazione a rendere interessante uno scenario di crescita nominale stabile accompagnata da tassi stabili o in calo.
Tra le aree da monitorare con maggiore attenzione rimangono Stati Uniti, Giappone e Asia emergente, mercati che presentano una significativa esposizione ai principali trend di crescita globale e, in particolare, all'espansione degli investimenti tecnologici.
Diversificare rimane fondamentale
Naturalmente lo scenario favorevole non è garantito. Uno dei principali rischi sarebbe rappresentato da un nuovo forte aumento dei rendimenti delle obbligazioni a lunga scadenza. In quel caso, condizioni finanziarie più restrittive potrebbero modificare nuovamente le prospettive delle banche centrali e aumentare la volatilità.
Per questo motivo, anche in uno scenario costruttivo, la diversificazione rimane essenziale.
Azioni, obbligazioni, materie prime e strategie decorrelate possono svolgere funzioni differenti all'interno del portafoglio.
Anche il dollaro merita attenzione. Una riduzione del differenziale dei tassi e della crescita tra Stati Uniti e altre economie potrebbe infatti ridurre parte del sostegno che la valuta americana ha ricevuto negli ultimi anni.
Cosa significa per gli investitori
La vera domanda dei prossimi mesi potrebbe quindi non essere quanto saliranno ancora i tassi, ma piuttosto se saliranno davvero quanto oggi previsto dai mercati.
Il quadro economico suggerisce una situazione intermedia: la crescita globale continua a mostrare una discreta resilienza, sostenuta anche dagli investimenti nell'intelligenza artificiale, mentre l'inflazione sembra progressivamente meno problematica.
Questo potrebbe consentire alle principali banche centrali di evitare una nuova fase aggressiva di restrizione monetaria.
Se crescita e utili societari riuscissero a mantenersi solidi mentre le aspettative sui tassi venissero gradualmente riviste al ribasso, il contesto potrebbe risultare favorevole sia per alcune componenti obbligazionarie sia per i mercati azionari.
La storia del 2016 e del 2019 ricorda inoltre un principio importante: i mercati possono cambiare rapidamente quando le banche centrali si dimostrano meno restrittive di quanto gli investitori si aspettassero.
Per chi investe con un orizzonte di lungo periodo sarà quindi importante non concentrarsi esclusivamente sulla prossima decisione della Fed o della BCE, ma osservare contemporaneamente crescita, inflazione, utili societari, investimenti nell'AI e rendimenti obbligazionari.
È dall'interazione tra queste variabili che probabilmente nasceranno le opportunità più interessanti dei prossimi mesi.
Buon Investing a tutti da Antonio Capaldi!
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