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Fed, BoJ e geopolitica: la politica monetaria torna al centro dei mercati

Data pubblicazione: 21 settembre 2026

Autore: Antonio Capaldi

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Cari lettori,

il filo conduttore della settimana è stato il ritorno della politica monetaria al centro dello scenario finanziario, in risposta a uno shock inflazionistico che questa volta nasce soprattutto al di fuori del tradizionale perimetro delle banche centrali. La Federal Reserve ha aumentato i tassi di 25 punti base, portando il corridoio dei Fed Funds al 3,75%-4%. La decisione, approvata all’unanimità, assume particolare rilievo perché rappresenta il primo rialzo dal 2023 e il primo sotto la presidenza di K. Warsh. Il messaggio della Fed è stato chiaro: l’inflazione continua a rappresentare la principale preoccupazione, con una dinamica dei prezzi ancora elevata e diffusa, condizioni finanziarie considerate non ancora sufficientemente restrittive e un mercato del lavoro ancora compatibile con la piena occupazione. Anche le indicazioni contenute nei cosiddetti dots hanno rafforzato questa impostazione: la maggioranza dei membri del FOMC prevede infatti un ulteriore rialzo entro la fine dell’anno.


La Fed e il confronto con la politica

La decisione della banca centrale americana ha inevitabilmente riaperto anche il confronto con la Casa Bianca. Donald Trump è tornato a chiedere tassi sensibilmente più bassi, mentre l’amministrazione ha definito “infelice” la scelta della Fed. Al di là del livello raggiunto dai tassi, il tema centrale diventa quindi anche quello dell’indipendenza della banca centrale, in una fase nella quale lo shock energetico legato al Medio Oriente continua a trasferirsi sui prezzi. La politica, al contrario, sembra orientata verso condizioni finanziarie più accomodanti per sostenere l’economia. Il confronto tra queste due esigenze potrebbe quindi diventare uno degli elementi più importanti da monitorare nei prossimi mesi.


Anche il Giappone prosegue sulla strada dei rialzi

La stretta monetaria non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Anche la Bank of Japan ha aumentato i tassi di 25 punti base, portandoli all’1,25%, il livello più elevato dal 1995. La decisione si inserisce nel percorso già intrapreso da BCE e Fed e riflette la necessità di contenere un’inflazione all’ingrosso ancora elevata, che sta progressivamente trasferendosi ai prezzi al consumo. Per il Giappone esiste però un ulteriore elemento di pressione: la debolezza dello yen, particolarmente rilevante per un’economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche. Il rialzo dei tassi non ha infatti prodotto un rafforzamento significativo della valuta, confermando la complessità del quadro. A complicarlo ulteriormente contribuisce la politica fiscale espansiva del governo Takaichi.


Geopolitica e nuovi equilibri

Sul fronte internazionale, intanto, la Casa Bianca starebbe valutando la possibilità di raggiungere accordi economici con la Russia anche prima della conclusione della guerra in Ucraina. Si tratta di un possibile segnale di un approccio più transazionale alle relazioni economiche e geopolitiche, che potrebbe modificare gli equilibri negoziali e, allo stesso tempo, ridurre parte della leva esercitata attraverso le sanzioni.


Cosa significa per i mercati

Il quadro che emerge è quindi caratterizzato da una tensione sempre più evidente. Da una parte, le banche centrali cercano di preservare la propria credibilità e mantenere sotto controllo le aspettative di inflazione in presenza di shock esterni; dall’altra, la politica deve gestire le conseguenze economiche e geopolitiche attraverso strumenti e priorità spesso differenti. Per gli investitori, questo rende più complessa la lettura del percorso dei tassi: la loro evoluzione dipenderà sempre meno da una singola variabile e sempre più dall'interazione tra inflazione, energia e decisioni politiche. In questo contesto, prudenza e selettività tornano a essere elementi centrali nell’analisi dei mercati.

Buon Investing a tutti da Antonio Capaldi!

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