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USA e Europa: scommettere sulla fase negoziale dei dazi con il "buy the dip"?

Data pubblicazione: 09 aprile 2025

Autore: Antonio Capaldi

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Le recenti misure adottate dall’amministrazione Trump, che prevedono l’applicazione di nuovi dazi, stanno generando un prolungato periodo di elevata instabilità sui mercati finanziari. In questo contesto di incertezza, si attende di vedere se i paesi soggetti ai dazi adotteranno misure di ritorsione oppure se si passerà rapidamente da una fase conflittuale a una fase di negoziazione.


L’introduzione di tariffe doganali comporta principalmente due conseguenze. In primo luogo, i prezzi dei beni importati salgono, poiché i venditori cercano di compensare i maggiori costi, causando un incremento iniziale dell’inflazione. In secondo luogo, però, l’aumento dei prezzi rende questi beni meno accessibili, riducendone la domanda e, di conseguenza, rallentando l’attività economica. In una guerra commerciale, infatti, l’impatto negativo sul volume degli scambi e sull’economia risulta più determinante rispetto alla pressione inflazionistica.


A differenza della crisi del 2022, caratterizzata da un’inflazione spinta da abbondanti stimoli fiscali e da una ripresa coordinata post-Covid, l’attuale fase è contraddistinta da segnali di rallentamento economico che si riflettono sia sui mercati azionari che sul credito. In questo scenario, la volatilità dei mercati azionari (Future S&P 500 VIX Apr 2025) è accompagnata da un calo dei tassi dei titoli di Stato (TYX, FBTPM5, DE113527=MI), sintomo di una maggiore domanda per asset ritenuti sicuri.

Per dettagliare ulteriormente, le decisioni annunciate il 2 aprile hanno superato le aspettative degli investitori, aggiungendosi a precedenti misure riguardanti settori come acciaio, alluminio e automobili. Sembra infatti che Trump abbia scelto di perseguire una vera guerra commerciale, lasciando scarse possibilità di una negoziazione immediata, e questo contribuisce a mantenere alta l’incertezza in attesa delle contromisure dei paesi interessati.


Dal punto di vista macroeconomico, l’incremento delle tariffe porta a due effetti principali: da una parte, l’immediato rialzo dei prezzi dei prodotti importati spinge l’inflazione verso l’alto; dall’altra, la conseguente diminuzione della domanda tende a mitigare questo aumento inflazionistico, facendo prevalere l’effetto recessivo. Questa dinamica rende la crisi attuale sostanzialmente diversa da quella inflazionistica del 2021/22, quando l’eccesso di stimoli fiscali aveva alimentato un’inflazione elevata in un contesto di forte ripresa economica globale.


Il comportamento dei mercati finanziari lo conferma: da un lato, gli indici azionari scendono per timore di un rallentamento dell’attività economica, dall’altro, la maggiore domanda per titoli di Stato porta a una riduzione dei rendimenti obbligazionari. Ad esempio, negli USA si è osservata una diminuzione della componente reale dei tassi obbligazionari, mentre in Europa, nonostante inizialmente la componente reale fosse aumentata in seguito ai piani di spesa per difesa e infrastrutture, recentemente essa è anch’essa scesa in previsione di un rallentamento globale, mantenendosi invariata l’aspettativa sull’inflazione.


La possibilità di un forte rallentamento economico globale dipenderà, in ultima analisi, dalla durata e dall’intensità della guerra commerciale. Le decisioni aggressive di Trump fungono da freno per l’attività economica, e se i paesi colpiti risponderanno con ritorsioni, l’impatto negativo potrebbe intensificarsi ulteriormente, mantenendo alta la volatilità sui mercati.


Tuttavia, vi sono alcuni elementi che possono fornire una parziale compensazione. Innanzitutto, l’economia americana continua ad espandersi in modo solido, nonostante un calo nei livelli di fiducia sulle prospettive future. Ciò suggerisce che se l’incertezza dovesse essere di breve durata, per esempio se si passasse rapidamente dalla fase di conflitto a quella negoziale, l’impatto complessivo potrebbe rivelarsi temporaneo e recuperabile. Un ulteriore supporto potrebbe derivare dalle politiche delle Banche Centrali, con ipotesi di ulteriori tagli dei tassi da parte della Fed e della BCE per contrastare il rallentamento economico. Inoltre, le contromisure adottate dai paesi interessati, in termini di stimoli fiscali, potrebbero contribuire a compensare gli effetti negativi della riduzione del commercio internazionale e a rafforzare accordi di libero scambio regionali.


In sintesi, senza una chiara definizione delle future mosse nella guerra commerciale, l’incertezza e la volatilità dei mercati finanziari sembrano destinate a rimanere elevate. Tuttavia, l’esperienza storica suggerisce che non appena le autorità di politica economica apporteranno modifiche, i mercati risponderanno rapidamente con un recupero.

Buon Investing a tutti!


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